30/01/09
disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Ai sensi della legge 7 marzo 2001, n.62, non è sottoposto agli obblighi previsti dalla legge n. 47 del 1948 in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.
Parte dei contenuti e delle immagini proposti da valigiedicartone è stata raccolta dal web, indicando la fonte originale. Qualora la loro pubblicazione violasse diritti d'autore, comunicatelo nei commenti o via mail, e le rimuoveremo.
08/01/09
invasione? facciamo i conti sull'asilo
addirittura(!) 30.000 richiedenti nel 2008. un'invasione.
andrebbe ricordato tuttavia che il governo ha autorizzato nello stesso anno 230.000 ingressi di lavoratori stranieri.

www.cir-onlus.org/
Giovane, africano, in fuga da guerre o persecuzioni, arrivato in Italia via mare.
Eccolo l' identikit del richiedente asilo: 31.097 domande di protezione internazionale solo nel 2008. È il boom dei rifugiati: 122% in più dell' anno precedente. Italia, terra di record: nel 2008 ha registrato il più alto incremento di richieste tra tutte le nazioni industrializzate.
E così il nostro Paese si colloca oggi al quarto posto tra le mete prescelte dai rifugiati (dopo Stati Uniti, Canada e Francia).
«È vero che questo numero rappresenta più del doppio rispetto alle richieste d' asilo del 2007 (14mila) e più del triplo rispetto a quelle del 2006 (10mila). Ed è anche vero che è il numero più elevato mai registrato in Italia - spiega il direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, Christopher Hein - tuttavia si tratta sostanzialmente di un allineamento con gli altri Stati europei paragonabili». Insomma siamo arrivati tardi, ma ci siamo rifatti velocemente. Fino a qualche anno fa, infatti, rispetto ai 17.093.361 di rifugiati nel mondo (fonte Unhcr, 2003), di cui 5.368.405 in Europa, l' Italia ospitava 12.440 rifugiati.
Chi sono i richiedenti asilo? Il maggior numero di domande arriva da nigeriani (5.333 nel 2008), somali (4.473), eritrei (2.739) e afgani (2.005). Per far fronte a questi numeri, la rete Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) nel 2008 ha incrementato la sua capienza del 72,6%: ai 2.541 posti finanziati in via ordinaria dal Fondo nazionale per i servizi d' asilo, nell' estate 2008 si sono aggiunti 1.847 posti, grazie a risorse straordinarie del ministero dell' Interno. A questa rete va poi aggiunta l' ospitalità offerta dai centri governativi, per un totale di 9mila posti. Cresce anche il numero delle sistemazioni informali, spesso precarie. «Il fatto è che in Italia - prosegue Hein - siamo stati abituati a un volume assai modesto di richieste in confronto ad altri Paesi, anche ben più piccoli, come Olanda, Svezia e Svizzera. Non parlerei perciò di "emergenza rifugiati". La vera emergenza deriva dall' insufficiente capienza delle strutture di accoglienza e più ancora dalla mancanza di progetti per favorire l' integrazione».
Laura Boldrini, portavoce in Italia dell' Unhcr, va oltre: «Nel 2008, oltre il 70% degli immigrati giunti via mare ha presentato domanda d' asilo e il 50% di loro ha ottenuto una qualche forma di protezione. L' Italia non è più vista come un Paese di transito, per raggiungere il Nord Europa. La provenienza dei rifugiati cambia in base alle diverse condizioni geopolitiche dei Paesi più vicini all' Italia - prosegue - negli anni ' 90 infatti provenivano per lo più dall' ex Jugoslavia, col record dei 33mila richiedenti asilo del ' 99: quasi tutti in fuga dal Kosovo». Come arrivano in Italia? «Per lo più via mare, attraverso il canale di Sicilia, gli africani; l' Adriatico, gli iracheni e afgani». Secondo la Boldrini «mancano fondi per far sì che i rifugiati camminino da soli».
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/05/13/trentamila-in-fuga-da-guerra-violenza.html
08/11/08
valigie di cartone: immigrazione in Italia
- Diritti degli stranieri: le norme e i sussidi più aggiornati
- Temi: parole chiave e argomenti d’approfondimento
- News: i feed alle notizie
- In rete: link a istituzioni, associazioni, enti di ricerca
- Rapporti di ricerca: le copertine in ipertesto
Mi occupo prevalentemente di migrazioni economiche, disciplina degli ingressi e progetti di integrazione.
Attualmente, oltre all'attività professionale, sono dottorando in diritto comparato con un progetto di ricerca sul ius migrandi.
04/11/08
emmanuel negro
Il frutto avvelenato della tolleranza zero
Curzio Maltese
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/10/01/il-frutto-avvelenato-della-tolleranza-zero.html
A Parma, nella civile Parma, la polizia municipale ha massacrato di botte un giovane ghanese, Emmanuel Bonsu Foster, e ha scritto sulla sua pratica la spiegazione: "negro".
Davano la caccia agli spacciatori e hanno trovato Emmanuel, che non è uno spacciatore, è uno studente. Anzi è uno studente che gli spacciatori li combatte. Stava cominciando a lavorare come volontario in un centro di recupero dei tossici. Ma è bastato che avesse la pelle nera per scatenare il sadismo dei vigili, calci, pugni, sputi al "negro". Parma è la stessa città dove qualche settimana fa era stata maltrattata, rinchiusa e fotografata come un animale una prostituta africana.
L' ultimo caso di inedito razzismo all' italiana pone due questioni, una limitata e urgente, l' altra più generale. La prima è che non si possono dare troppi poteri ai sindaci. Il decreto Maroni è stato in questo senso una vera sciagura. La classe politica nazionale italiana è mediocre, ma spesso il ceto politico locale è, se possibile, ancora peggio. Delegare ai sindaci una parte di poteri, ha significato in questi mesi assistere a un delirio di norme incivili, al grido di "tolleranza zero". In provincia come nelle metropoli, nella Treviso o nella Verona degli sceriffi leghisti, come nella Roma di Alemanno e nella Milano della Moratti. A Parma il sindaco Pietro Vignali, una vittima della cattiva televisione, ha firmato ordinanze contro chiunque, prostitute e clienti, accattoni e fumatori (all' aperto!), ragazzi colpevoli di festeggiare per strada. Si è insomma segnalato, nel suo piccolo, nel grande sport nazionale: la caccia al povero cristo.
Sarà il caso di ricordare a questi sceriffi che nella classifica dei problemi delle città italiane la sicurezza legata all' immigrazione non figura neppure nei primi dieci posti. I problemi delle metropoli italiane, confrontate al resto d' Europa, sono l' inquinamento, gli abusi edilizi, le buche nelle strade, la pessima qualità dei servizi, il conseguente e drammatico crollo di presenze turistiche eccetera eccetera. Oltre naturalmente alla penetrazione dell' economia mafiosa, da Palermo ad Aosta, passando per l' Emilia. I sindaci incompetenti non sanno offrire risposte e quindi si concentrano sui "negri". Nella speranza, purtroppo fondata, di raccogliere con meno fatica più consensi. Di questo passo, creeranno loro stessi l' emergenza che fingono di voler risolvere.
Provocazioni e violenze continue non possono che evocare una reazione altrettanto intollerante da parte delle comunità di migranti. Al funerale di Abdoul, il ragazzo ucciso a Cernusco sul Naviglio non c' erano italiani per testimoniare solidarietà. A parte un grande artista di teatro, Pippo Del Bono, che ha filmato la rabbia plumbea di amici e parenti. La guerra agli immigrati è una delle tante guerre tragiche e idiote che non avremmo voluto. Ma una volta dichiarata, bisogna aspettarsi una reazione del "nemico".
L
' altra questione è più generale, è il clima culturale in cui sta scivolando il Paese, senza quasi accorgersene. Nel momento stesso in cui si riscrive la storia delle leggi razziali, nell' urgenza di rivalutare il fascismo, si testimonia quanto il razzismo sia una malapianta nostrana. L' Italia è l' unica nazione civile in cui nei titoli di giornali si usa ancora specificare la provenienza soltanto per i delinquenti stranieri: rapinatore slavo, spacciatore marocchino, violentatore rumeno. Poiché oltre il novanta per cento degli stupri, per fare un esempio, sono compiuti da italiani, diventa difficile credere a una forzatura dovuta all' emergenza. L' altra sera, da Vespa, tutti gli ospiti italiani cercavano di convincere il testimone del delitto di Perugia che "nessuno ce l' aveva con lui perché era negro". Negro? Si può ascoltare questo termine per tutta la sera da una tv pubblica occidentale?
Non lo eravamo e stiamo diventando un paese razzista. Così almeno gli italiani vengono ormai percepiti all' estero. Forse non è vero. Forse la caccia allo straniero è soltanto un effetto collaterale dell' immensa paura che gli italiani povano da vent' anni davanti al fenomeno della globalizzazione. La paura e, perché no?, la vergogna si sentirsi inadeguati di fronte ai grandi cambiamenti, che si traduce nel più facile e abietto dei sentimenti, l' odio per il diverso. La nostalgia ridicola di un passato dove eravamo tutti italiani e potevamo quindi odiarci fra di noi. In questo clima culturale miserabile perfino un sindaco di provincia o un vigile di periferia si sentono depositari di un potere di vita o di morte su un "negro".
30/10/08
dossier immigrazione 2008
http://s2ew.caritasitaliana.it/materiali/Pubblicazioni/libri_2008/Dossier_immigrazione2008/Materiale/scheda_sintesi.pdf
copio incollo una mail di commento e una di riepilogo sulla situazione legislativa
per gli interessati, buona (?) lettura.
e.
oggi presentazione dossier2 righe giusto sull'intervento del Ministro Sacconi, che si è preso una carrettata di fischi. Nn si capisce, mentre parlava a braccio, se sia venuto a provocare o sia scivolato su esempi infelicissimi:"vedo l'intollerenza montare nella mia città, ad es quando entrano in una stanza d'ospedale troppi familiari stranieri di un malato.."
Pittau abbastanza concreto, Mons Merisi ha levato alta la voce di indignazione della chiesa contro le modifiche legislative in corso: un coniglio avrebbe ruggito molto meglio.
E' in corso di discussione ed emendamento il DDL sicurezza (as 733) ed il legislatore sta dando libero sfogo a disposizioni estreme:
- obbligo di segnalazione alle autorità del clandestino che benefici di prestazioni sanitarie.
- anche le cure sanitarie essenziali sono a carico dello staniero (anche irregolare e indigente)
- con il matrimonio si acquista cittadinanza italiana dopo 5 anni di residenza in Italia o 10 all'estero (attualmente: 6 mesi di convivenza)- "permesso a punti": per il rilascio del p.s. lo straniero sottoscrive un "accordo di integrazione" in cui si impegna, ai fini del rinnovo del ps, a superare un corso per verificare il livello di integrazione sociale e culturale: conoscenza lingua italiana, ed. civica, assenza di illeciti anche amministrativi, "partecipazione alla vita economica e sociale della comunità" etc.
- è prevista la pena della reclusione da sei mesi a quattro anni per chi faccia ingresso illegale in Italia.
- la detenzione nei centri per gli espellendi puo' durare (in casi estremi) fino a 18 mesi, con convalide dell'autorita' giudiziaria ogni 60 gg.
Preciso che le disposizioni precedenti non sono ancora entrate in vigore: sarebbe tuttavia auspicabile che si levasse una voce forte sia dalla società civile che dagli organi ecclesiastici (forse gli unici che attualmente hanno un certo ascendente sulla maggioranza)
Altrettanto se non più famigerata è l'idea dell'istruzione separata per gli stranieri (l'idea delle classi- ponte, secondo una recente mozione leghista).
Il 5 novembre entrerà in vigore il dec lsg 160/2008 sul ricongiungimento familiare (reso un po' più complicato).
Altre disposizioni, invece, sono già entrate in vigore recentemente:
- condanna fino ai 3 anni e confisca dell'immobile, in caso di cessione a titolo oneroso di un bene immobile ad uno straniero irregolare
- la clandestinità diventa un'aggravante in sede di determinazione della pena
- norme più severe in termini di espulsione degli stranieri e allontanamento dei comunitari
Per chi voglia approfondire tali temi, vi lascio i seguenti link:
www.stranieriinitalia.it/briguglio/immigrazione-e-asilo/2008/ottobre/sommario-riforma-22-10.html
23/09/08
La mattanza di S.Gennaro
il valore di quelle vite
C'è, tra i Casalesi, una banda di latitanti. Non più di sei o sette. In armi e cocainomani persi. C' è un boss (Francesco Bidognetti) che, in galera, potrebbe presto saltare il fosso e "cantare". «Pentito». Le sue incertezze gli fanno cadere la corona dal capo.
Il territorio appare libero da ogni influenza (il boss l' ha perduta con i suoi tentennamenti) e i latitanti vogliono prenderselo per loro fin negli angoli, spremerlo fino all' ultimo euro. Dalla primavera, gli assassini vanno in giro sparando e ammazzando e distruggendo per far sapere chi comanda, ora. In quattro mesi, hanno ucciso il padre di un «pentito»; ammazzato un imprenditore che si era rifiutato di pagare il pizzo (Domenico Noviello) e un altro che si preparava a testimoniare (Michele Orsi); hanno devastato con il fuoco la fabbrica di un terzo restio a piegarsi; hanno mancato per un pelo la nipote della compagna del «pentito» (Anna Carrino). Nelle ultime due settimane, non c' è stato in quell' angolo di Italia, lungo la via Domiziana, tra le province di Napoli e Caserta, una fabbrica, un' impresa, una bottega di qualche pregio che non abbia ricevuto la sua dose di raffiche di mitraglietta 7.62. Ora, nella notte di San Gennaro, la strage degli africani dinanzi alla sartoria «Ob Ob exotic fashions» di Castelvolturno. Dicono, per punire uno o due spacciatori che non pagavano o che non era stati autorizzati a spacciare. Per gli assassini un nero vale un altro. E per fare un morto, sparando alla cieca 84 bossoli di 9×21 e 7.62, ne hanno lasciato a terra sei, venuti in Italia dal Ghana, dal Togo, dalla Liberia.
Le vittime innocenti si raccoglievano davanti a quella piccola fabbrica-sartoria, alla fine della giornata di digiuno per il Ramadan, per consumare insieme l' unico pasto. è stata questa la sola colpa. Erano al posto sbagliato con un amico sbagliato. Erano uomini che lavoravano duramente per pochi euro all' ora, pregavano e rispettavano il loro dio, se ne stavano tra di loro. Sono stati condannati dal colore della loro pelle e dalla convinzione della Camorra che i neri sono non-uomini, buoni per essere "cavalli" del traffico di stupefacenti, raccoglitori di pomodori per qualche euro l' ora, operai edili nei cantieri del Nord riforniti dal calcestruzzo dei Casalesi, il loro grande affare alla luce del sole.

Non è stato sempre così, da quelle parti. Come racconta Roberto Saviano, c' è stato un tempo che la gente della costa domizia «non era crudele con gli africani, non li guardava con nausea. Anzi». C' è stato un tempo che bianchi e neri lavoravano insieme, festeggiavano insieme, in qualche caso si sposavano anche e le ragazze nere erano ben accolte in casa come babysitter. «Col tempo però - ricorda Saviano - i potenti, i veri potenti, hanno diffuso un senso di paura, una diffidenza, una separazione imposta. Se proprio devono esserci contatti che siano minimi, che siano superficiali, che siano momentanei. Poi ognuno per sé ed il danaro solo per loro, i potenti». Il comando dei Casalesi ha precipitato i neri in un mondo a parte di baracche, di stenti, di esclusione, sopraffazione, sfruttamento. E ora anche di morte.
Una morte così ingiusta e insensata da essere intollerabile anche per chi, emigrato dall' Africa, ha perso ogni speranza di poter essere trattato con la dignità che si deve a un essere umano.

E' questa intollerabilità che ha provocato le violenze di ieri, quelle ore di devastazioni e rabbia pazza scatenata da un paio di centinaia di uomini, sordi al grido "Basta!" dei loro connazionali. Quel che accade lungo la costa domizia è una vendetta della realtà contro le semplificazioni del format di governo che - come scriveva qualche giorno fa Edmondo Berselli - non descrive nulla della società contemporanea. è la rivincita del mondo reale sul posticcio affresco italiano diffuso da ministri, a quanto pare, popolarissimi. è "cronaca" che liquida in poche ore e per intero la logica, i paradigmi, si può dire l' universo mentale che sostiene, nella nuova stagione, le politiche pubbliche della sicurezza e dell' immigrazione. La realtà ci racconta che il nero - l' altro - non è il nemico: è la vittima innocente. La "cronaca" ci dice, con un' evidenza cruda, quale sia il valore, il niente in cui è tenuta in considerazione la vita di un nero (in un disprezzo moltiplicato nella Campania criminale, dopo il pestaggio mortale di Abdul a Milano). Nel mondo reale di Castelvolturno l' aggressore, il criminale, l' assassino non è l' immigrato ma l' italiano. E un tipo di italiano e di italianità diffusa nel Mezzogiorno, organizzata in Mafia, capace di tenere il potere dello Stato in un cantuccio, di governare il territorio, di succhiarne le risorse pubbliche e private, di decidere della vita e della morte degli altri, di ridurre gli altri, se neri, in uno stato di schiavitù, di non-umanità, dopo aver avvilito a sudditi i cittadini italiani. Nell' arco di una mezza giornata vengono alla luce, nella loro essenzialità, l' inconsistenza e i trucchi, il furbo conformismo di una politica che sa soltanto eccitare e inseguire le paure, gli egoismi e furbizie di italiani confusi e smarriti. Gli italiani vogliono prostitute, ma non vederle sotto casa: il governo le punisce e le nasconde senza curarsi di chi controlla la "tratta delle schiave" e ne incassa gli utili.
Gli italiani vogliono cocaina, ma non lo spacciatore nella strada accanto: il governo mostra qualche soldato in armi per strada per fare la faccia feroce senza curarsi delle 600 tonnellate l' anno di cocaina che 'ndrangheta e camorra importano in Italia; senza darsi pensiero della grande operazione di marketing lanciata al Nord dalle mafie che vendono ai teenager una bustina di "bianca" per dieci euro. Gli italiani vogliono lavoro a basso costo e in nero, ma non i clandestini. E il governo crea il reato di immigrazione clandestina e il lavoro diventerà ancora più nero e ancora più a basso costo e diffuso e clandestino. E allora perché meravigliarsi se i Casalesi - una banda di assassini, che controlla gli affari di droga e utilizza nelle sue imprese il lavoro nero - possono pensare di fare una strage di neri solo per ammazzarne uno? Quanto vale un nero? Niente. Davvero qualcuno si scandalizzerà oggi se duecento di quei niente hanno gridato per un pomeriggio la loro rabbia? - Giuseppe D'Avanzo
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/09/20/il-valore-di-quelle-vite.html
12/09/08
nazionalismo e religioni: futuro prossimo
un secondo giro di ruota: già una volta dopo il tempo dei grandi imperi (asburgico, britannico, etc.) i nazionalismi frammentarono, tra rivendicazioni, violenze (e una guerra mondiale) l'assetto del pianeta: la capacità di tenere insieme popoli e razze non reggeva -militarmente- più.
Altri due imperi (sovietico e statunitense) sembravano aver definitivamente mandato in soffitta l'idea di popolo o religione come
concetti forti e sufficiementemente identitari. Oltre alla capacità di controllo militare, si erano affermate ormai altre ideologie ben più forti: la concezione di classe o alternativamente quella liberale bastavano a spiegare adeguatamente l'uomo. E quando il muro venne giù -pur da una parte sola- era ormai l'economia e la direzione delle cose ad non concepire altre possibilità: un mondo globalizzato, inevitabilmente lanciato vs l'espansione delle democrazie (what else?), in cui l'orizzonte politco era giusto demandare a organismi sovranazionali sempre più influenti di presiedere al traffico, per far circolare beni e persone. altro non serve, nè è dato immaginare in lontananza.e invece, in un soffio: l'identarismo religioso, il conflitto di civiltà, i nazionalismi, i secessionismi. soprattutto a riempire i buchi lasciati da ideologie ormai andate. e forse anche richiamati proprio dalla frequenza, dalla facilità degli incontri, dei contatti, delle relazioni tra persone e popoli diversi. (tanto per smentire chi pensa che la storia si possa spiegare giusto con una categoria: solo conflitto di classe, o geopolitico, o religioso, o nazionalistico. ci sono stati, e ci saranno tutti, non ci facciamo mancare niente, anche perchè è piuttosto probabile che l'uomo sia lupo all'altro uomo).
in conclusione. pare che la complessità sia il segno dei tempi: ed infatti moltissimo si sovrappone e coesiste: integralismo e secolarismo, particolarismi e internazionalizzazione, tolleranza e insofferenze, pacificazione e rombo dei bombardieri. ma sono tendenzialmente pessimista per il futuro (se inteso come equilibrio costante), e ritengo che l'integrazione culturale e le migrazioni (per restare sul professionale) siano cosa ben più delicata e insidiosa di quanto possa ora apparire...
Il nazionalismo autoritario di Putin
di Angelo Panebianco

Le due grandi dottrine che più hanno contribuito a forgiare negli ultimi secoli la «mentalità» dell'uomo occidentale, il liberalismo (ma ciò vale soprattutto per la variante europeo-continentale) e il socialismo, hanno sempre condiviso la difficoltà a fare i conti con le grandi forze storiche rappresentate dalla religione e dal nazionalismo. A lungo le hanno erroneamente concepite come manifestazioni di irrazionalità destinate prima o poi a spegnersi in ragione dell'avanzata della secolarizzazione e della trasformazione dei rapporti politici, economici e civili.
L'osservazione della realtà sembrava confermare le indicazioni delle dottrine. Con la fine della guerra fredda e la scomparsa del comunismo le forze storiche della religione e del nazionalismo si sono rianimate. E hanno preso in contropiede il mondo occidentale. Basti ricordare la sorpresa con cui l'Occidente ha accolto il risveglio dell'islam e la sfida dell'integralismo islamico. Mancavano, prima di tutto, le categorie necessarie per «pensare» quanto stava accadendo. Anche il caso del nazionalismo presenta aspetti inediti. Nel XX secolo esso ha per lo più operato in simbiosi con le ideologie secolari, camuffandosi, nascondendosi dietro di esse: come nel caso dei Paesi comunisti o dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo. Con la fine del secolo dominato dal conflitto fra ideologie secolari universaliste, il nazionalismo è diventato per molti regimi autoritari l'unica ideologia possibile, il principale cemento simbolico del potere. E anche questo sorprende e disorienta tanti occidentali.
Non soltanto la nazione resta l'unico bene-rifugio possibile per le minoranze che si ritengono oppresse. Soprattutto, il nazionalismo, cadute quelle ideologie che abbagliarono tanti nello scorso secolo, è ora il solo «ismo» (quando non risulti utilizzabile la religione) che possa legittimare i nuovi costruttori di imperi. Insieme alla promessa di un futuro benessere economico per tutti i sudditi il nazionalismo è un'importante base di sostegno dei regimi autoritari o semi-autoritari che reggono le sorti delle risorgenti potenze. Ma ciò crea gravi problemi a tutto il mondo circostante. Soprattutto, li crea alle democrazie liberali occidentali: come comportarsi con le grandi potenze autoritario- nazionaliste? Poiché è evidente che i rapporti fra gli Stati sono condizionati anche (non solo, ma anche) dalla natura dei loro regimi politici interni e delle ideologie che li legittimano. Sicuramente sbaglia chi riduce la politica internazionale a una semplice questione di confronto fra democrazie liberali e autocrazie.
Questo errore impedisce, tra l'altro, di vedere il fatto che le stesse democrazie praticano, quando possono, la politica di potenza, difendono aree di influenza, eccetera. Ma, al tempo stesso, si può constatare come la politica estera degli Stati sia potentemente condizionata da regimi, culture politiche e ideologie. La principale ragione per cui, ad esempio, la bomba atomica israeliana non è mai stata concepita come un'arma di offesa contro i vicini ostili ma solo come uno strumento di estrema difesa nel caso in cui Israele dovesse un giorno trovarsi a rischio di distruzione totale ha molto a che fare con la natura del regime politico israeliano (una democrazia). Analogamente, il mondo avrebbe ottime ragione di temere l'atomica pachistana il giorno in cui prendessero il potere in Pakistan gli estremisti islamici. Fino a qualche anno fa, noi occidentali non avevamo messo in conto la possibilità di un rapido ritorno della Russia alla politica di potenza. E non solo perché la Russia era stata messa in ginocchio dal crollo dell'impero comunista. Anche perché, nonostante l'ascesa al potere di Putin nel 1999 fosse stata fin da subito accompagnata da qualche segnale poco rassicurante, pensavamo comunque che, col tempo e tutti i travagli del caso, la Russia avrebbe continuato ad avanzare sulla strada della democratizzazione.
Il che portava a immaginare un futuro ove una Russia democratica ed economicamente risanata avrebbe occupato stabilmente un posto di rilievo in un sistema di cooperazione integrato russo-europeo-americano. La democratizzazione della Russia sarebbe stata per tutti (anche per i Paesi liberatisi dal giogo sovietico) la decisiva garanzia, il modo per assicurare e perpetuare rapporti di solida fiducia fra tutti gli Stati coinvolti. L'accordo di Pratica di Mare (2002) fra occidentali e russi fu in qualche modo il canto del cigno di questa visione. Ma, complice la guerra cecena, il processo di democratizzazione, a un certo punto, si è interrotto. Putin ha stabilizzato la Russia ma ne ha fatto una democrazia autoritaria. E ai cambiamenti interni sono corrisposti cambiamenti di atteggiamento verso l'esterno. Una democrazia autoritaria (per giunta rancorosa verso il mondo in quanto orfana di un impero) necessita del nazionalismo per legittimarsi e questo schiude la strada ad atteggiamenti vieppiù aggressivi. Ciò apre per tutti noi un terribile dilemma. Perché, da un lato, è indubitabile che senza mantenere canali aperti con la Russia e senza ricercarne la collaborazione su tutti i dossier aperti (a cominciare da quelli mediorientali) non c'è possibilità di governare le crisi ma solo di vederle sempre più aggravate.
Ma, dall'altro lato, è difficile (speriamo, non impossibile) impedire che il logorato filo della collaborazione si spezzi se la Russia, forse sopravalutando le proprie forze, dovesse continuare a comunicarci (come ci comunicano da una settimana a questa parte le truppe tuttora presenti sul territorio georgiano) che a contare è solo la sua volontà e non gli accordi sottoscritti. La cosa peggiore che potrebbe fare l'Occidente nei futuri rapporti con la Russia è dividersi. I nazionalisti russi al potere lo accoglierebbero come un segno di debolezza e acquisterebbero ancora più baldanza. Ci perderemmo noi, ci perderebbero i popoli che si sono liberati dal dominio russo, e anche quei russi, molti o pochi che siano, che sperano, per il loro futuro, in qualcosa di meglio del nazionalismo autoritario.
www.corriere.it/editoriali/08_agosto_24/il_nazionalismo_autoritario_di_putin_b4df2b16-7189-11dd-8174-00144f02aabc.shtml
08/09/08
carrette del mare? ora ci penseranno il deserto e il colonnello

www.governo.it/Presidente/AttivitaInternazionale/dettaglio.asp?d=40143&pg=1%2C2015%2C2023&pg_c=1
ricambio il tuo articolo che centra effetivamente molte questioni, con qualche altro approfondimento sulla questione dei campi di detenzione in Libia e del grave tema della esternalizzazione delle frontiere esterne. per chi fosse interessato.
Mappa dei centri di detenzione per migranti in Libia: http://fortresseurope.blogspot.com/
Rapporto monografico sulla Libia 2007 http://fortresseurope.blogspot.com/2006/01/download-libya-2007-report.html
Position paper sui rapp. Italia-Libia: www.cespi.it/PDF/Pastore-Tripoli%2018-6-08_.pdf
www.roma-intercultura.it/links7-04/PASTORE%20SAGGIO.doc

In rete ho trovato qualche nota biografica del giornalista che ha scritto ieri su Avvenire un commento sul patto Berlusconi-Gheddafi.
"Andrea Gavazza. Giornalista. Si occupa di politica interna e internazionale, collaborando a varie testate. Studioso di filosofia della mente e neuroscienze, ne scrive come divulgatore".
Di solito non leggo l'Avvenire ma cercavo un punto di vista "umano" e attento ai diritti degli immigrati più che agli accordi "economico-petroliferi".
Aiutatemi voi a capire se l'ho trovato, io mi sento un po' smarrito!!!
Sarebbe un errore sottovalutare il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato ieri da Italia e Libia. L'accordo è rilevante per l'entità economica, la valenza politica, il profilo 'ideale', le conseguenze e i rischi sul fronte dei flussi migratori africani. Roma si impegna a versare 5 miliardi di dollari nei prossimi due decenni sotto forma di investimenti nel Paese: i 250 milioni l'anno serviranno a costruire un'autostrada costiera e alloggi civili, a finanziare borse di studio e pensioni d'invalidità per i mutilati dalle mine sepolte dal nostro esercito nel periodo coloniale.
L'intesa intende infatti «riconoscere i danni inflitti alla Libia», come ha sottolineato il premier Berlusconi, durante l'occupazione che si protrasse dal 1911 (guerra giolittiana contro la Turchia) al 1943 (quando fummo sconfitti dagli inglesi). Si tratta di un'ammissione di responsabilità, accompagnata da esplicite scuse, moralmente rilevante al di là delle dispute storiografiche sull'entità dei crimini commessi (alcuni accertati) durante la colonizzazione e dei dibattiti sulla responsabilità che i Paesi mantengono per gli atti di regimi passati.
Vi sono, ovviamente, anche ragioni pragmatiche che hanno spinto il nostro governo a chiudere «40 anni di malintesi» con il regime del colonnello Gheddafi. Il contenzioso ha avuto tappe dolorose, come l'espulsione di oltre 20mila connazionali da Tripoli e l'esproprio dei loro beni (caso non toccato dall'intesa, con le conseguenti, vibrate proteste degli interessati). Oggi il tema caldo è quello dell'immigrazione verso le nostre coste di migliaia di persone, vittime in gran parte di una tratta senza scrupoli sulla quale si è sempre sospettato, con qualche fondamento, lo stesso Gheddafi stringesse o allentasse la morsa per convincere le nostre autorità a chiudere il contenzioso. Le ultime tragedie nel canale di Sicilia, con decine e decine di annegati, non possono che far salutare positivamente l'avvio del già concordato pattugliamento congiunto delle rotte interessate, per scoraggiare le partenze e, si auspica, evitare altri naufragi senza soccorsi. «Combatteremo insieme contro i mercanti di schiavi», ha detto Silvio Berlusconi. E c'è da credere che, incassato il successo diplomatico e ottenuto il risarcimento, il governo libico si impegnerà nel contrasto degli scafisti criminali. Ciò che desta interrogativi sono le modalità con cui il giro di vite verrà compiuto. Il flusso di coloro che cercano fortuna in Europa è ampio e destinato a crescere. Dall'Africa subsahariana giungono sulle coste meridionali del Mediterraneo e di lì tentano l'avventurosa traversata. Se non potranno salpare, quale sarà il loro destino in Libia? Saranno espulsi o rimpatriati in modi rispettosi dei minimi standard umanitari? E alle frontiere sud come verranno bloccati o respinti? Non vorremmo che le vittime del mare si trasformassero, nel silenzio e lontano da ogni sguardo, in vittime del deserto.
Basterebbe, forse, che osservatori italiani avessero accesso a tutte le zone critiche, in attesa che il nuovo corso dissuada gli emigranti e, inevitabilmente, li porti a cercare nuove vie. Sempre che la piccola economia che s'è creata nei luoghi di transito non si trasformi in un altro ostacolo al rigore dei controlli e degli sbarramenti. Anche per questo la pratica degli accordi bilaterali dovrebbe essere estesa dalla Ue a tutti gli Stati rivieraschi, con un aumento della cooperazione allo sviluppo, per dare corpo a una politica davvero solidale ed efficace che cerchi di governare il fenomeno degli spostamenti di massa dovuti alla povertà.
Va infine ricordato che la stabilizzazione, si spera definitiva, dei rapporti tra Roma e Tripoli dovrebbe aprire le porte alle nostre imprese e darci accesso sicuro alle riserve energetiche di cui è ricco il sottosuolo di quello che improvvidamente venne definito «uno scatolone di sabbia». Un elemento geopolitico da considerare nel contesto di un raffreddamento dei rapporti con la Russia, primo fornitore di gas e petrolio della Ue. Resta solo discutibile la concessione simbolica di siglare l'intesa nell'anniversario del golpe militare che 39 anni fa portò al potere un Gheddafi per decenni sponsor del terrorismo e ancor oggi non certo campione di democrazia interna.
28/08/08
i nuovi campi...
tanto per fare il punto della situazione in Europa e in Italia.

http://fortresseurope.blogspot.com/2006/01/viaggio-nei-cara.html
http://www.interno.it/
I Centri dell'immigrazione
Le strutture che accolgono e assistono gli immigrati irregolari sono distinguibili in tre tipologie
• Centri di accoglienza (CDA)
• Centri di accoglienza richiedenti asilo (CARA)
• Centri di identificazione ed espulsione (CIE)
I CENTRI DI ACCOGLIENZA (CDA)
(L.563/95)
Sono strutture destinate a garantire un primo soccorso allo straniero irregolare rintracciato sul territorio nazionale. L'accoglienza nel centro è limitata al tempo strettamente necessario per stabilire l'identità e la legittimità della sua permanenza sul territorio o per disporne l'allontanamento.
I centri attualmente operativi sono:

Agrigento, Lampedusa – 804 posti (Centro di primo soccorso e accoglienza)
Bari Palese, area areoportuale – 744 posti
Brindisi, Restinco– 180 posti
Cagliari, Elmas – 200 posti (Centro di primo soccorso e accoglienza)
Caltanissetta, Contrada Pian del Lago – 360 posti
Crotone, località Sant'Anna – 1202 posti
Foggia, Borgo Mezzanone – 342 posti
Gorizia, Gradisca d'Isonzo – 112 posti
Siracusa, Cassibile – 200 posti
Trapani, Pantelleria – 25 posti (Centro di primo soccorso e accoglienza)
CENTRI ACCOGLIENZA RICHIEDENTI ASILO (CARA)
(DPR 303/2004 - D.Lgs. 28/1/2008 n°25)
Sono strutture nelle quali viene inviato e ospitato per un periodo variabile di 20 o 35 giorni lo straniero richiedente asilo privo di documenti di riconoscimento o che si è sottratto al controllo di frontiera, per consentire l'identificazione o la definizione della procedura di riconoscimento dello status di rifugiato. I centri attualmente operativi sono:
Caltanissetta, Contrada Pian del Lago – 96 posti
Crotone, località Sant'Anna – 256 posti
Foggia, Borgo Mezzanone – 198 posti
Gorizia, Gradisca d'Isonzo – 150 posti
Milano, via Corelli - 20 posti
Trapani, Salina Grande - 260 posti
Con decreto del ministro dell'Interno vengono utilizzati per le finalità dei Centri di accoglienza per richiedenti asilo anche i CDA di Bari e Siracusa.
I Centri di identificazione ed espulsione (CIE)
Così denominati con decreto legge 23 maggio 2008, n. 92, sono gli ex 'Centri di permanenza temporanea ed assistenza': strutture destinate al trattenimento, convalidato dal giudice di pace, degli stranieri extracomunitari irregolari e destinati all'espulsione. Tali centri si propongono di evitare la dispersione degli immigrati irregolari sul territorio e di consentono la materiale esecuzione, da parte delle Forze dell'ordine, dei provvedimenti di espulsione emessi nei confronti degli irregolari. I
l termine massimo di permanenza degli stranieri in tali centri è di 60 giorni complessivi (30 giorni, più ulteriori 30 su richiesta del Questore e conseguente provvedimento di proroga da parte del Magistrato). Attualmente i centri operativi sono 10:Bari-Palese, area aeroportuale – 196 posti
Bologna, Caserma Chiarini – 95 posti
Caltanissetta, Contrada Pian del Lago – 96 posti
Catanzaro, Lamezia Terme – 75 posti
Gorizia, Gradisca d'Isonzo – 136 posti
Milano, Via Corelli – 112 posti
Modena, Località Sant'Anna – 60 posti
Roma, Ponte Galeria – 300 posti
Torino, Corso Brunelleschi – 92 posti
Trapani, Serraino Vulpitta – 57 posti
I CENTRI SONO PIANIFICATI DALLA DIREZIONE CENTRALE DEI SERVIZI CIVILI PER L'IMMIGRAZIONE E L'ASILO
Sono gestiti a cura delle Prefetture-Utg tramite convenzioni con enti, associazioni o cooperative aggiudicatarie di appalti del servizio.
www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/temi/immigrazione/sottotema006.html
31/07/08
stato di emergenza

Il patetico muro di lampedusa
Il senso comune reazionario viene infatti coltivato a uno scopo preciso: programmare una guerra tra poveri qualora il calo dei redditi acuisca gravemente il disagio sociale. Seminare oggi il falso allarme per "il persistente ed eccezionale afflusso di extracomunitari"; annunciare il potenziamento delle "attività di contrasto", non rappresenta una deriva fascista ma qualcosa di più subdolo e insidioso: la codificazione della disuguaglianza anche in materia di diritti fondamentali dell'uomo, fra cittadini e non cittadini, fra appartenenti al popolo ed estranei necessari al popolo purchè rassegnati alla condizione di paria. Questa teorizzata disparità di trattamento è alla base delle antimoderne campagne contro la costruzione di moschee a Milano e Genova, città in cui vivono decine di migliaia di musulmani. Ma l'intimidazione degli stranieri irregolari -necessari e quindi tollerati purchè ridotti a paria- già ne condiziona la vita, all'insegna della paura: varie associazioni di medici denunciano un calo drastico dell'utenza di immigrati bisognosi di cura nelle strutture sanitarie. Vogliamo considerarlo un risparmio, o una vergogna?La destra italiana fu rigenerata quindici anni fa dall'inventore della tv commerciale facendo leva sulla figura universale, moderna, tendenzialmente cosmopolita, del consumatore di prodotti. Oggi, al contrario, la stessa destra propugna una visione etnica dell'italianità. E aspira a dominare il tempo delle vacche magre rifornendosi del combustibile particolarista: quasi un nuovo colonialismo applicato al mercato domestico.Nel resto d'Europa destra e sinistra si dividono sull'applicazione di norme rigorose che governino il flusso migratorio, sempre finalizzate all'integrazione e alla cittadinanza. Ultima venuta, l'Italia viceversa s'inebria di retorica del "territorio" da purificare con la macumba di un'immensa ronda provvidenziale. Come se per bucare il video dei talk show i politici di entrambi gli schieramenti fossero chiamati solo a gareggiare su chi sia il più bravo a espellere il maggior numero dei famigerati "clandestini". Eppure non è lontano il tempo in cui le nuove generazioni degli immigrati parteciperanno alla contesa pubblica, chissà, forse esprimendo i loro Obama multicolore. Speriamo solo di non arrivarci per via di una guerra tra poveri, nel segno dell'odio separatista. 15/07/08
Unione per il mediterraneo

07/07/08
fortresseurope

