17/05/09

società multietnica: rispedire al mittente

articolo di Repubblica sugli incentivi pagati dagli Stati per rimandare a casa gli immigrati disoccupati.
Accademicametne si chiama mobilità circolare.

Empiricamente per gli immigrati c'è spazio se e solo se c'è lavoro.
Moralmente e politicamente la cosa si farebbe ancora più complicata.
cmq il premier non ha dubbi:
Berlusconi: «La nostra idea dell'Italia non è multietnica»

E con la crisi vengono allontanati anche gli immigrati regolari


In tutto il mondo i governi incentivano l'uscita di lavoratori regolari
L'obiettivo è evitare di ingrossare le fila dei disoccupati nazionali


Da Praga a Madrid, da Londra a Tokio, la crisi economica sta portando diversi governi ad allontanare i lavoratori migranti che potrebbero ingrossare le fila dei disoccupati nazionali. Tra incentivi, progetti di rimpatri volontari e riduzione dei flussi, si ripetono e si moltiplicano le storie degli immigrati spinti a tornare a casa, o comunque a lasciare il paese, dopo anni di lavoro e di vita nei paesi più ricchi.

Vietnamiti nella Repubblica Ceca. L'ultimo governo europeo che ha deciso di adottare questa politica è quello ceco, stanziando circa quattro milioni di euro per favorire il rientro dei migranti, ovviamente con l'impegno a non tornare indietro. Ogni immigrato regolare può chiedere 500 euro insieme al rimborso del biglietto aereo e a 250 euro se ha un figlio con meno di 15 anni. Da febbraio sono partite circa 1500 persone. Si tratta per lo più di asiatici che si erano trasferiti nel pieno del boom edilizio e industriale, tanto da far raddoppiare negli ultimi cinque anni la quota di immigrati regolarmente occupati nella Repubblica Ceca. "Prenderò questi soldi anche se non basteranno certo a ripagare il debito di 11mila dollari che ho dovuto fare per venire in Europa", dice Trin Van Pham, metalmeccanico vietnamita alla Skoda, prossimo al licenziamento.

Romeni in Spagna. Anche il governo Zapatero nei mesi scorsi ha lanciato un programma per favorire i rientri. Chi si allontana dalla Spagna per almeno tre anni riceve sussidi di disoccupazione fino a sei mesi e finora hanno già aderito in quattromila. La misura riguarda soprattutto i 70 mila disoccupati romeni, per i quali, tuttavia, è stato raggiunto un accordo bilaterale con Bucarest. Secondo il ministro del lavoro romeno Marian Sarbu, "non ci sarà un rientro in massa, ma nel paese manca ancora manodopera e il governo è pronto a organizzare corsi di formazione per ricollocare circa 100 mila lavoratori".

Londra, incentivi agli inglesi. L'impatto della crisi sul lavoro migrante si fa sentire anche in Gran Bretagna, dove quest'anno saranno ridotti da 800 mila a 530 mila gli ingressi dei non comunitari, anche se specializzati. I tagli riguarderanno l'edilizia, circa 100 mila, e in larga parte il sociale, come l'assistenza ad anziani. Il governo sta investendo nella formazione di giovani britannici e sta offrendo incentivi affinché non vadano in pensione badanti e infermieri nazionali.


Brasiliani in Giappone. Dall'altra parte del mondo, in Giappone, fa discutere la storia dei cosiddetti nikkei-brasilians. Sono i figli e i nipoti dei giapponesi che nel secolo scorso emigrarono nelle piantagioni di caffè in America Latina, in particolare in Brasile e in Peru. Negli anni '90, il boom industriale ha spinto il governo a richiamare i figli di quegli emigranti, facilitandoli nel ritorno. Oggi sono circa 366 mila i nipponici-brasiliani e peruviani che vivono in Giappone e rappresentano la maggiore comunità di operai stranieri nel paese. Il calo della produzione ha portato alla chiusura di molte fabbriche, anche nella zona centrale di Hamamatsu, dove si concentra la gran parte dei nikkei-brasilians. Pertanto, anche in questo caso, i primi a essere allontanati sono loro, perché non nazionali, non del tutto. L'incentivo è di tremila dollari, con l'obbligo di non tornare e senza alcun termine. "C'è una reazione emotiva di fronte alla crisi e i politici assecondano le paure della gente", commenta Taro Kono, deputato liberaldemocratico. I progressisti insistono affinché si trovino altre soluzioni, visto che il Giappone vive le stesse dinamiche demografiche della società europea, cioè la bassa natalità e il continuo invecchiamento della popolazione.

La portata globale della crisi attuale, insieme all'intensificarsi della mobilità del lavoro negli ultimi anni, preoccupa le organizzazioni che difendono i diritti umani. "I migranti, soprattutto le donne e gli irregolari, sono i più vulnerabili, i più esposti ad abusi e discriminazioni durante la recessione economica", ha detto Juan Somavia, direttore dell'Organizzazione internazionale del lavoro, Ilo, ricordando che oggi sono circa 200 milioni i lavoratori in movimento, da un continente all'altro.
Secondo gli esperti di immigrazione non si può risolvere il problema in modo unilaterale, senza regole né accordi che regolino i flussi in ingresso, in uscita e di ritorno. Non si possono solo chiudere le frontiere nazionali e rispedire gli immigrati nei paesi più poveri, ai quali, tra l'altro, si stanno tagliando i fondi per lo sviluppo. In continenti come quello africano, ad esempio, la povertà crescente, insieme alla crisi alimentare e sanitaria sta già inasprendo i conflitti sociali con la conseguente repressione dei regimi autoritari. Il risultato è che sempre più giovani saranno costretti a scappare e a cercare non più solamente il lavoro, ma anche protezione.
www.repubblica.it/2009/05/sezioni/cronaca/immigrati-7/crisi-esplusioni/crisi-esplusioni.html


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