29/06/11

In Italia tante "altre Rosarno" a rischio scontri 15 province

Fonte: Repubblica.it
da "Siamo tutti stranieri


La mappa è stata tracciata da una ricerca dell'Ires sul territorio. Tre delle aree in cui potrebbero scoppiare rivolte sono in Campania, tre in Puglia, due in Calabria, sette in Sicilia. Emerge una situazione di sfruttamento che non riguarda solo gli immigrati
di VLADIMIRO POLCHI

ROMA - Polveriere pronte a saltare. Sono le altre Rosarno d'Italia: quindici province 'a rischio di conflittualità sociale'. Dove sono? Tre in Campania, tre in Puglia, due in Calabria e ben sette in Sicilia. Incubatrici di tensioni economiche e sociali, che potrebbero esplodere in rivolte e scontri tra immigrati e italiani. Come a Rosarno nel gennaio 2010 1. In testa alla 'black list' c'è Caserta e la sua provincia.


La mappa del rischio. A tracciare la mappa del rischio è una lunga ricerca sul territorio - 175 pagine - condotta dall'Ires (Istituto ricerche economiche e sociali), che la Cgil presenterà il prossimo 1° luglio a Roma. 'Le nuove Rosarno - scrivono i ricercatori - si possono riscontrare in diversi territori del nostro Paese: il combinato disposto di sfruttamento, mancato sviluppo e corruzione della piana di Gioia Tauro e di Rosarno costituiscono una sorta di paradigma di quello che potrebbe accadere in molte altre realtà. Quanto è emerso dopo la rivolta dei lavoratori africani ha posto l'attenzione sia sulle gravi forme di sfruttamento lavorativo e degrado sociale in cui versa una considerevole parte di lavoratori in questo Paese - e si tratta soprattutto di immigrati - sia sull'assenza di adeguate politiche locali e nazionali in materia di accoglienza, lavoro e sviluppo, che porterebbero a ridurre, almeno in parte, i rischi potenziali di conflitto sociale'.

LE MAPPE DEL RISCHIO 2

Le 15 nuove Rosarno. L'Italia che emerge dalla ricerca Ires è una coperta d'Arlecchino: tanti colori, quante sono le province a rischio rivolte. Dal bianco e giallo del Nord (basso e medio rischio), al marrone del Centro e della Sardegna (alto rischio di conflittualità), fino ad arrivare al rosso del Sud (rischio molto alto). Le quindici province italiane 'a maggior propensione rischio di conflittualità sociale' sono nell'ordine: Caserta, Crotone, Napoli, Siracusa, Ragusa, Caltanissetta, Reggio Calabria, Salerno, Catania, Trapani, Foggia, Taranto, Palermo, Agrigento e Lecce. Ma quali sono gli ingredienti della conflittualità?

Gli ingredienti del conflitto. La mappa del rischio incrocia quattro indici, quali fattori anticipatori dei conflitti. Il primo è l'indice di sviluppo occupazionale che esprime la capacità del mercato di offrire lavoro, garantirne la sicurezza e, limitatamente ai settori agricolo e delle costruzioni, rispettare le regole contrattuali (in questo caso è Crotone la provincia peggiore). Segue l'indice di sviluppo economico che misura la ricchezza prodotta (il record negativo spetta qui alla provincia di Enna). Nell'indice della qualità sociale, la provincia più a rischio è invece quella di Taranto. Infine l'indice di qualità dell'insediamento della popolazione immigrata vede primeggiare negativamente Caserta.

Rapporti internazionali. Ma la ricerca Ires tiene conto anche di altri parametri. Secondo il rapporto annuale dell'European Network Against Racism, per esempio, in Italia il 65% dei lavoratori stagionali vive in baracche, il 10% in tende e solo il 20% in case in affitto. Sono lavoratori fondamentali per l'economia agricola soprattutto nelle Regioni meridionali, eppure nella maggior parte dei casi sono costretti a vivere in condizioni disumane, senza acqua, luce e cure mediche, con paghe che non superano i 25 euro giornalieri.

Guerra tra poveri. Il rischio conflitti nasce dunque dallo sfruttamento, che non colpisce però solo gli immigrati. "Se io vado in un cantiere - spiega nella ricerca Mario Martucci, segretario generale Fillea di Caserta - appena entro se ci sono 10 operai, ne scappano 9, perché non sono in regola. Poi, quando si accorgono che sono un sindacalista e non un ispettore del lavoro, allora vengono da me e mi raccontano la loro condizione. Questo avviene appunto sia tra gli italiani che tra gli stranieri e dobbiamo sfatare il mito per cui sono solo gli immigrati a essere sfruttati per via del permesso di soggiorno e simili: lo sfruttamento qui riguarda e coinvolge tutti".

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