16/07/10

Africa - Italia: scenari migratori



Scheda riassuntiva
Presentazione


Questo volume, realizzato da oltre 60 autori e pubblicato con il contributo del Fondo Europeo per l’Integrazione dei cittadini di Paesi Terzi, ha alla base il viaggio organizzato dal Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes a Capo Verde (febbraio 2010) per studiare le molteplici problematiche del continente africano e approfondire i flussi migratori con l’Italia insieme ai rappresentanti di organizzazioni sociali e di ricerca, italiani e africani.

Caritas e Migrantes, nella loro introduzione al volume, invitano ad adoperarsi affinché la mobilità degli africani “non si trasformi in occasione di sfruttamento anziché di promozione umana” e questo è il motivo ispiratore dell’iniziativa.

Pesano sul presente dell’Africa le gravi eredità del suo passato, a partire dal traffico degli schiavi, i cui effetti non sempre sono stati presi in considerazione. Lo storico africano Joseph Ki-Zerbo ha stimato che siano stati più di 30 milioni gli africani ridotti in schiavitù e deportati fuori dal continente: un terribile impoverimento. Dopo è venuto il colonialismo, con le sue pesanti conseguenze e, infine, il neocolonialismo.

La disuguale distribuzione delle risorse pone il 90% delle strutture produttive in mano a un sesto della popolazione mondiale, mentre quasi la metà della popolazione africana è povera e sottoalimentata. L’area subsahariana, dove è concentrato circa un ottavo della popolazione della Terra (più di 800 milioni di persone), dispone solo del 2,1% della ricchezza mondiale con un reddito pro-capite circa 20 volte inferiore a quello dell’UE. La disoccupazione giovanile arriva al 60% e l’agricoltura rimane l’attività principale (70% degli occupati). La Nigeria è un esempio significativo di una situazione contraddittoria, in cui la ricchezza potenziale è associata alla povertà di fatto.

Si continua a parlare di prospettive di miglioramento ma, come osservato dal Sinodo dei Vescovi africani, permane una collocazione al margine dello scenario socio-economico mondiale sotto il peso di ingiustizie e sfruttamento, ma anche di malgoverno e corruzione, nonostante sia passato mezzo secolo dal 1960, l’anno simbolo dell’ indipendenza africana.

La migrazione rientra nelle strategie di sopravvivenza dei singoli e nelle strategie di sostegno alla crescita dei Paesi africani, mostrando l’inconsistenza della tesi del “basta aiutarli a casa loro”. Nel 2009 l’Italia non è arrivata a versare neppure allo 0,2% del proprio Pil (320 milioni di euro) per la cooperazione allo sviluppo.

Le migrazioni, sia volontarie che forzate (per motivi ambientali e politici), sono innanzi tutto interne alla stessa Africa. Se dirette altrove, sono in larga maggioranza regolari, anche se non manca chi tenta di attraversare il Mediterraneo, spesso trovandovi la morte.

Dei quasi 5 milioni di africani nell’UE, circa un quinto si è insediato in Italia. Gli africani nella Penisola erano il 30,5% dei titolari di permesso di soggiorno alla fine del 1990, il 30% dei residenti stranieri alla fine del 2002, il 26% alla fine del 2005, il 22,4% all’inizio del 2009. Si tratta di 871.128 persone (su 3.891.295 cittadini stranieri residenti), ma almeno 1 milione considerando quelle in attesa di registrazione anagrafica. Le donne sono il 39,8%, ma con variazioni notevoli tra le diverse collettività. Nel gruppo di quelle più conosciute, si va dal 21% del Senegal al 73% di Capo Verde.

Ogni 10 immigrati africani 7 sono nordafricani (69,6%) e quasi 5 marocchini (46,3%). Tra le collettività più numerose si inseriscono la Tunisia (oltre 100mila residenti), l’Egitto (quasi 75.000), il Senegal (quasi 70.000), la Nigeria e il Ghana (più di 40.000). Gli africani in Italia vivono nei due terzi dei casi (66,3%) in quattro regioni: Lombardia (29%), Emilia Romagna (14,8%), Piemonte (10,2%) e Veneto (12,3%).
 
Le traiettorie di insediamento cambiano a seconda dei gruppi nazionali. La Lombardia è il polo più importante per la presenza africana in generale e per gli egiziani in particolare, che qui si concentrano in 7 casi su 10. I tunisini realizzano l’insediamento più significativo in Sicilia (15,3% del totale), così come fanno la collettività ghanese nel Nord Est (62,4%, di cui il 28,3% in Veneto e il 22,1% in Emilia Romagna) e quella capoverdiana nel Lazio (46%) e a Roma (42%), un altro polo importante per diverse nazionalità.


Più di mezzo milione di persone originarie del continente africano sono inserite come lavoratori dipendenti nel sistema produttivo italiano, costituendo quasi un quinto (17,6%) del totale degli occupati nati all’estero registrati dall’Inail. I percorsi occupazionali variano a seconda delle collettività e dei territori di inserimento: ad esempio, i maghrebini, soprattutto tunisini, sono molto presenti, oltre che in edilizia, nel settore agricolo e della pesca, in particolare in Sicilia (dove però il loro ruolo di braccianti viene sempre più rilevato dai romeni), mentre le poche collettività a prevalenza femminile (come quelle di Capo Verde ed Eritrea) si concentrano nel settore domestico, in particolare nelle grandi città come Roma. Gli immigrati africani iniziano ad essere ben rappresentati anche nelle cooperative: un esempio noto è quello di Ghanacoop, che ha creato posti di lavoro anche in Africa.

La situazione è piuttosto dinamica sul piano dell’iniziativa imprenditoriale, che vede gli africani, con 61.323 posizioni su 185.466 titolari d’impresa stranieri censiti a maggio 2009 (Unioncamere/Cna), incidere per un terzo sull’insieme degli imprenditori stranieri, con i marocchini che costituiscono la collettività più rappresentata. La nota dolente è la scarsa incidenza delle donne: appena l’11,3% tra gli africani imprenditori, fatta eccezione per le nigeriane (53,2%).

Gli alunni cittadini di un Paese africano, su circa 200mila minori, sono 150.951, maggiormente concentrati nella scuola primaria (41%) e in quella dell’infanzia (25%), dato che suggerisce l’importanza delle seconde generazioni. Nel corso del 2008, i cittadini di uno Stato dell’Africa nati direttamente nel nostro Paese sono stati quasi 25.000, un terzo dei bambini stranieri nati in Italia nello stesso anno (33,5%). Il carattere stabile dell’inserimento, oltre che dalla presenza familiare, viene evidenziato anche dal crescente numero di coppie miste. Nel 2008 sono stati 6.130 i matrimoni con almeno uno sposo di cittadinanza africana celebrati in Italia, di cui 4.524 unioni miste (73,8%).

Nel passato era invalsa la tendenza a utilizzare in senso spregiativo termini come “negro” e “marocchino” e ancora oggi spesso lo scambio con gli africani è compromesso da stereotipi, pregiudizi e atteggiamenti discriminatori. Va ricordata anche la diffusione di situazioni di sfruttamento lavorativo, evidenziato dalle tante Rosarno del nostro Paese (Villa Literno, San Nicola Varco, la piana di Sibari-Metaponto, le campagne di Foggia e altre località pugliesi, Ragusa, S. Croce Camerina, le campagne del basso Lazio, per citarne alcune).

Nel merito della tesi “più immigrazione equivale a più criminalità” l’ultimo Rapporto Cnel sugli indici di integrazione, basandosi sui dati del Ministero dell’Interno, ha mostrato l’inconsistenza di questo pregiudizio: a fronte di 1 denuncia ogni 22 residenti, per gli stranieri entrati nel Paese nel quadriennio 2005-2008 il carico penale è stato meno pesante (1 denuncia ogni 25 nuovi immigrati). Resta vero, però, che per le grandi collettività africane in Italia (Senegal, Nigeria, Marocco, Tunisia e Egitto) le denunce nel periodo 2005-2008 sono aumentate in misura superiore a quella mediamente riscontrata tra gli immigrati. Certamente, però, la presenza africana in Italia non si esaurisce negli strascichi criminali, che coinvolgono una quota assolutamente minoritaria dei migranti.

Nel futuro, bisognerà mettere in conto una maggiore presenza africana nel nostro Paese. Per il 2050, anno per il quale l’Istat ha previsto la presenza di 12,3 milioni di stranieri, se gli africani mantenessero l’incidenza attuale (ma probabilmente l’aumenteranno) diventerebbero oltre 2,7 milioni. L’esodo degli africani può rappresentare un fattore di riuscita per i singoli protagonisti e di speranza per i rispettivi Paesi, purché non si riduca a una semplice fuga di cervelli e il ritorno finanziario (dall’Italia nel 2008 è stato inviato quasi 1 miliardo di euro) si accompagni un ritorno di professionalità e di iniziative produttive.

Il sostegno all’integrazione degli immigrati africani, in un quadro chiaro di doveri e di diritti, in questa prospettiva, è un contributo alla crescita del continente.

Per informazioni: Centro Studi Idos, tel. 06.66514345, int. 1 o 2, idos@dossierimmigrazione.it

Nessun commento:

Posta un commento